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Amici di Israele
sentimenti
25 gennaio 2010
Lettera aperta al Presidente della Royal Academy - Londra
di E.S. Amar - Informazione Corretta - 25/10/2010

Egregio Professore,

scrivo a lei che ha fortemente voluto, e poi imposto, il boicottaggio dei medici, delle Università e delle strutture ospedaliere israeliane. Boicottaggio che ben si spiega in una nazione che fu la prima, nel lontano 1290, ad espellere gli ebrei dalle regali terre. Boicottaggio iniziato nel 2007 alla University and College Union britannica che faceva propria la precedente proposta di 130 medici britannici di espulsione della Israel Medical Association dalla World Medical Association. Ho appena letto, egregio Professore una notizia che, mi rendo conto, deve averla turbata non poco. La notizia proviene da Port au Prince, poverissima capitale di Haiti dove, da tutto il mondo, arrivano aerei e navi carichi di persone e beni di prima necessità per ricostruire un paese che non esisteva neanche prima del terremoto. Ebbene, a Port au Prince 20 dei medici e degli infermieri che la Gran Bretagna ha inviato in soccorso di quei poveretti non hanno trovato nulla di meglio da fare che recarsi all'ospedale israeliano per chiedere di restare lì a lavorare perché quella, sostengono, è l'unica unità che riesca ad operare in modo professionale. Addirittura, tutte le mattine, alle 7, fanno la loro adunata di fronte alla bandiera israeliana. Egregio Professore, capisco il suo profondo turbamento. Nonostante la sua decisione di boicottare medici ed ospedali israeliani, 20 di coloro che dovrebbero seguire le sue direttive hanno osato rivolgersi proprio ai medici israeliani. La capisco, egregio Professore, è sempre più difficile, nel XXI secolo, farsi obbedire dai propri collaboratori. Non la trattengo oltre per non farle perdere neanche un minuto del suo tempo prezioso; immagino che ora sarà già in contatto con i suoi corrispondenti di tante altre nazioni, come il tedesco (un'intera squadra specializzata in chirurgia e ginecologia, mandata dalla Germania, ha preso la stessa decisione dei 20 sudditi di Sua Maestà), o il colombiano (una sua squadra di chirurghi ha perfino portato nell'ospedale israeliano tutte le attrezzature che avevano portato ad Haiti dal sud America).
Non si dimentichi, egregio Professore, di parlare anche con il suo omologo russo: deve assolutamente raccomandare ai suoi medici, solitamente attenti a capire con chi hanno a che fare, di non chiedere neppure in prestito medicine ed attrezzature israeliane, come stanno facendo; devono capire che, con certa gente, non si deve proprio avere rapporti. Mossad e altri infami individui abbondano in certe zone.

Distinti saluti
Emanuel Segre Amar




permalink | inviato da Giuseppe D. il 25/1/2010 alle 13:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
politica estera
9 gennaio 2010
Il vero obiettivo di Abbas

di Kahaled Abu Toameh - 9/01/2010

I leader dell’Autorità palestinese hanno raggiunto la conclusione che, date le circostanze, sarebbe una perdita di tempo tornare al tavolo dei negoziati con Israele. Sono convinti che l’unico modo di ottenere qualcosa sia di cavalcare le pressioni esercitate dalla comunità internazionale contro lo Stato ebraico. E’ per questa ragione che i rappresentanti palestinesi hanno negoziato il processo di pace con europei e americani, piuttosto che con gli israeliani. I capi palestinesi di Ramallah sono sì impegnati in discussioni circa il processo di pace, però con i ministri degli Esteri di Francia, Svezia, Norvegia, Germania e Regno Unito, e non con Israele. Quasi ogni passo preso dalla leadership palestinese in merito al processo di pace, è strettamente coordinato con le diplomazie occidentali. Credono che, in questo momento, Israele sia più isolato che mai nell’arena internazionale, soprattutto alla luce del rapporto Onu sulla guerra di Gaza, il “Goldstone Report”.

La leadership palestinese ha deciso di confrontarsi con Israele nell’arena internazionale, e non al tavolo dei negoziati. La strategia di Abbas è quella di isolare ulteriormente Israele, attraverso boicottaggi, risoluzioni anti-israeliane dell’Onu e altre iniziative internazionali. La leadership palestinese vede l’appoggio ai palestinesi crescere in molte capitali europee, ed è convinta che questo appoggio si tramuterà in pesanti pressioni su Israele.  Per questo Abbas si è deciso di restare a guardare, e aspettare. Calcola che più lunga è l’attesa, più forte sarà la pressione esercitata su Israele. I leader palestinesi constatano che l’Onu e quasi tutti i governi europei in merito al conflitto arabo-israeliano hanno assunto il punto di vista palestinese, secondo cui Israele deve ritirarsi entro i confini del 1967, in essi inclusa la linea che divide in due Gerusalemme, e permettere in quei territori l’insediamento di uno stato controllato da Fatah.Vedono che in Occidente crescono i sentimenti anti-israeliani, e sperano che Israele non sarà in grado di sopportare a lungo ostilità, isolamento e boicottaggi. Abbas crede che la comunità internazionale stia conducendo negoziati con Israele per conto dei palestinesi. E’ fermamente convinto che solo una crescente pressione su Israele, e non i negoziati, potranno portare a un completo ritiro entro le frontiere del ’67.

E dato che tutto il mondo, a eccezione forse dell’amministrazione Usa, “è con noi”, perché prendersi il disturbo di tornare a negoziare con Israele? La ledership palestinese è convinta che è solo questione di tempo prima che Israele si arrenda alla crescente pressione internazionale. Negoziando con Abbas e il suo governo, i governi occidentali stanno, in effetti, trattenendo i palestinesi dal riprendere i colloqui di pace con Israele. Invece di negoziare con Abbas, quei governi dovrebbero chiedergli di tornare a negoziare con Israele al più presto, prima che sia troppo tardi. Ma per il momento sembra che Abbas non abbia alcuna fretta. E’ per questo che coloro i quali credono che i negoziati di pace possano “riprendere vita” in un prossimo futuro, sono preda di un’illusione. Abbas ha posto chiaramente le sue condizioni, e sta aspettando che la comunità internazionale lo aiuti a raggiungere i suoi obiettivi.

Se Abbas volesse dimostrare quanto va dicendo, ovvero che Israele “non vuole la pace”, allora dovrebbe tornare al tavolo dei negoziati domani mattina stesso, e mostrare al mondo quale delle due parti è da incolpare per lo stallo in cui si trovano le trattative.




permalink | inviato da Giuseppe D. il 9/1/2010 alle 12:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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