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Amici di Israele
sentimenti
5 agosto 2009
" L'ultima frontiera di Israele "
di Giulio Meotti - Il Foglio - 05/08/2009

Si considerano parte di un’opera ancora in corso: Israele. Hanno patito con centinaia di morti la prima e la seconda Intifada. Per questo si sentono parte della linea di difesa di un popolo assediato ai confini. Bibbia in mano e fucile in spalla, forti di famiglie numerosissime che reclamano “crescita naturale”, i settlers, i coloni, hanno spesso l’aspetto dei figli dei fiori, vestiti come sono di kippah, scialli, camicia a scacchi, maglioni di lana e capigliatura freak, le donne con i pantaloni sormontati dalla gonna, così che la modestia non sia mai in pericolo. Vivono in zone dure e desertiche, ma immensamente affascinanti e dal passato biblico ricchissimo, spesso stipati in roulotte e container, freddi d’inverno e caldi d’estate, al riparo dal consumismo e dalla modernità che sfavilla a pochi chilometri di distanza, a Tel Aviv e Gerusalemme. Lasciano gli abitacoli quando il governo dà luce verde per costruire le case. Hanno due anime, una nazionalista e l’altra religiosa, spesso coltivano la terra attorno all’insediamento, altri vivono come pastori, moltissimi fanno la spola, pericolosissima, con le grandi città israeliane. Conducono una vita di preghiera e ideologia, ascesi e sacrificio. Le loro comunità somigliano a quaccheri armati. Sono i nipoti dei primi “pionieri” invitati da ogni governo israeliano a portare “civiltà e benessere” nei territori contesi dopo la Guerra dei Sei giorni. Soprattutto governi laburisti, come spiega lo studioso liberal Gershom Gorenberg in “The accidental empire”. Con la benedizione di Ygal Alon e poi di Yitzhak Rabin, i coloni hanno pensato che fosse possibile “far fiorire il deserto”. Gran parte dei coloni vive in consigli comunali sotto giurisdizione israeliana, succeduta a quella giordana dopo il 1967. Negli ultimi anni si è assistito anche al fenomeno della Hilltop Youth, i “giovani delle colline”, l’ultima, anarchica, illegale, leva delle colonie costruite a est della Linea Verde. Fra queste famiglie c’è uno dei più grandi ostacoli sulla strada del governo Netanyahu e dell’accordo con l’Amministrazione americana. Roi Klein è l’eroe della seconda guerra del Libano, il maggiore dell’esercito israeliano che saltò su una mina per assorbire l’esplosione e salvare la vita di tanti compagni di brigata. Roi morì dopo aver pronunciato le parole “Shemà Israel”, la più importante preghiera ebraica: “Ascolta, Israele: il Signore è nostro Dio, il Signore è uno solo… ”. Scuole in Israele sono state dedicate a Klein, bambini oggi ne portano il nome, la sua storia in Israele ha assunto un alone quasi mitico. Netanyahu dovrà smantellare anche la casa dei Klein a Hayovel, un insediamento illegale dove vivono la moglie e i figli. Hayovel venne fondato dieci anni fa per il cinquantenario d’Israele. Oggi ci sono circa trecentomila coloni. Ma se la maggior parte degli insediamenti conta meno di cinquecento abitanti e un quarto non supera il migliaio, l’ottanta per cento vive in sobborghi di grandi città come Gerusalemme e Tel Aviv, prossime all’ex linea armistiziale 1949-67 fra Israele e Giordania. Un eventuale accordo di pace li vedrebbe inclusi all’interno di Israele: si tratta dei famosi “blocchi di insediamenti”, Ariel, Gush Etzion, Ma’aleh Adumim, Givat Ze’ev, Latrun che non coprono più del cinque per cento della Cisgiordania. Gli insediamenti sono di nuovo la questione più scottante in medio oriente. Barack Obama li ha indicati come l’ostacolo principale sulla via della pace nel discorso al Cairo. Non accadeva da molti anni che il presidente americano ne facesse la discriminante nei rapporto con lo storico alleato israeliano. Era da tempo che le parole “congelare” e “insediamenti” non apparivano tanto vicine dentro la stessa frase. Chi sono i coloni? Perché sono andati a vivere fra centinaia di migliaia di arabi pur sapendo, forse, che un giorno se ne sarebbero dovuti andare? Sarebbero oggi disposti a lasciare le proprie case, i propri campi, i propri sogni, le proprie tombe, in presenza di accordo? Cerchiamo di capire gli insediamenti attraverso il racconto di due italiani, specie rara da queste parti, dove c’è pur di tutto, ebrei sudamericani, russi, americani, perfino una setta birmana che discende da una delle tribù giudaiche perdute. Al livornese Edoardo Recanati non piace essere chiamato “colono”, gli ricorda troppo i misfatti europei in Africa che ha visto fuggendo dall’Italia delle leggi razziali. Edoardo vive nel deserto spoglio di Tekoa con la moglie di origini sudafricane. “I coloni italiani in Eritrea o inglesi in India andarono a sfruttare la gente e le risorse locali, io sono arrivato qui quando non ci abitava nessuno, per incontrare un arabo dovevi camminare chilometri nel nulla”. La milanese Annalia della Rocca è arrivata nell’insediamento di Bet El con i “padri fondatori” nel 1977, in una colonia che ha il compito di “tenere” i territori della Bibbia. A Bet El hanno vissuto i principali profeti della Bibbia. Annalia lavora all’ospedale psichiatrico di Kfar Shaul, a Gerusalemme, costruito subito dopo la guerra per assistere i sopravvissuti dei campi di sterminio nazisti. Quando arrivò in Israele, nel 1964, all’inizio Annalia andò a vivere in un kibbutz, è il sogno socialista del lavoro che rende tutti liberi e uguali; poi va a Gerusalemme, infine, con il marito americano, nel 1978 si sposta a Beit El, che non è un posto qualunque, ma è il luogo più sacro della Samaria divenuto anche uno degli insediamenti più contesi, dove abitare è rischio quotidiano, a quattro passi da Ramallah, il focolaio di kamikaze palestinesi. Non lontano da Beit El, nell’insediamento di Ofra, viveva un altro italiano, il dottor Daniel Cassuto, che fu condotto in Israele da piccolo quando i suoi furono deportati ad Auschwitz da Firenze. “Sono arrivata a Beit El nel 1978, qui non c’era niente, all’inizio vivevamo nelle baracche del campo militare vicino”, dice al Foglio Annalia Della Rocca. “Il campo era dei giordani. Non eravamo più di una trentina di persone. Avevo un bambino di tre anni e uno di sei mesi. Per noi Beit El era un modo di essere, un nuovo inizio, creare una nuova comunità, essere pionieri. Israele è nato così. Era una continuazione della nascita dello stato d’Israele. Eravamo un altro nuovo villaggio. Vivevamo in case piccolissime, poi ci siamo trasferiti in abitazioni normali. Io sono venuta in Israele perché credevo nel sionismo, per me era normale come ebrea vivere qui. La mia famiglia rimase a Milano, dove ho ancora un fratello. All’epoca del governo del Likud di Menachem Begin, Beit El era un posto dove ricominciare. Qui vivono russi, americani, da ogni parte del mondo vengono qui, siamo tutti religiosi e c’è anche una comunità che viene dall’India. C’è una minoranza di ebrei molto messianici, sono quelli che vengono sempre filmati dalla televisione, ma la maggioranza è gente normalissima”. Fin dall’inizio la convivenza con i palestinesi fu eccellente. “Facevamo acquisti a Ramallah, non avevamo alcun problema con gli arabi. Venivano a lavorare da noi, la mia donna di pulizie era palestinese e portava con sé le figlie a casa mia. I primi problemi ci sono stati nel 1987, con la prima Intifada”. Annalia non vede alcuna differenza fra Beit El e Haifa, la città sulla costa simbolo della convivenza fra arabi ed ebrei. “Da noi a Gerusalemme ci sono meno di venti chilometri, ho sempre lavorato nella capitale. Non esiste differenza fra Beit El, Gerusalemme e Tel Aviv, qui vivevano gli ebrei da sempre. Noi vivevamo qui dove non c’era alcuno stato palestinese. Per noi, e anche per gli arabi, non c’è differenza fra Beit El e lo stato d’Israele. Gli israeliani hanno portato benessere, civiltà e ricchezza ai palestinesi, quelli che vivono attorno a noi si sono sviluppati di più. Prima di noi c’erano i giordani. La prima Intifada ci lanciavano pietre, un ragazzo ebreo di diciassette anni venne ucciso. Qui nessuno oggi viaggia armato, io vado a Gerusalemme da sola in macchina senza nessuna arma. Anche nei periodi peggiori si va liberi, senza pensarci. Alla morte”. Beit El è un insediamento non incluso nella barriera di sicurezza israeliana, quindi rischia di essere smantellato in caso di accordo con i palestinesi. “Sono anni che si parla di andare via da Beit El, ma la vita continua normalmente, non pensiamo di dover andare via, non è una realtà, io non ci credo, questa volta non ce ne andremo senza un progetto di pace. Non dopo Gaza. Non credo nella volontà degli arabi di fare la pace. A loro è molto comodo che noi viviamo qui. La mia donna delle pulizie mi diceva sempre: ‘Rimanete, qui ho un lavoro’. Chi vive nella parte araba di Gerusalemme ha oggi il timore di essere escluso da Israele. Non possono dirlo, ma è così. E’ parte della mentalità araba, non si rinuncia a una parte d’Israele. Anche chi vive a Gaza quello che alla fine chiede è di poter lavorare e vivere in Israele. Quando ce ne siamo andati da Gaza non hanno combinato nulla con la terra, tutto il mondo li ha riempiti di denaro, ma oggi vivono fra armi e miseria. Nessuno qui a Beit El crede nel fatto che ci possano mandare via. Mia madre si era abituata a vivere sotto le bombe a Milano, io sono abituata a questo posto”. Dire Beit El per Annalia è dire il diritto di vivere ovunque in Israele. “Anche quando nacque il sionismo gli ebrei lo vedevano come non naturale. Io mi consolo pensando a questo. Qui si vive senza riflettere troppo se sia un posto diverso, i miei figli sono tutti nati e cresciuti a Beit El, il più grande vuole andare a vivere nel deserto del Negev, dove c’è bisogno di insediamenti, di altri pionieri. Ho un figlio preside in una scuola, altri due a Tel Aviv, la piccola vive qui e lavora a Gerusalemme. Semmai è una parte di Israele che ci detesta, soprattutto chi è di sinistra, sento meno l’odio degli arabi che di questa gente, credono che se non ci fossimo noi ci sarebbe la pace. Io non ci credo. La pace non c’era anche prima del 1967, non è perché io non sono a Beit El che non c’è la pace. Chi dice che dobbiamo smettere di costruire aiuta gli arabi a non fare niente. Quando c’era il governo Kadima, gli arabi potevano avere tutto. E invece siamo noi ad avere avuto più bombe, più caos, più distruzione. Non chiediamo mai nulla in cambio. Noi coloni siamo un po’ il capro espiatorio. Sono appena stata a Innsbruck, dove credono che il Trentino faccia parte del Tirolo. E che ne diciamo di Fiume? Qualcuno pensa che si debba ridarla all’Italia e cacciare tutti gli sloveni che vivono lì? Tutta l’Europa è così. Gli arabi hanno iniziato questa guerra perché non hanno accettato quello che aveva stabilito l’Onu. Qui a Beit El non c’era nulla, erano terreni vuoti, nessuno delle colonie ha preso territori, forse a Gerusalemme est è avvenuta l’ingiustizia, ma qui a Beit El nessuno ha preso nulla agli arabi. Mia madre tanti anni fa veniva qui e si meravigliava che ci chiamassero coloni, ‘qui è tutto vuoto’ ripeteva. Nessuno ha mai preso la casa a un palestinese. Abbiamo quasi sempre cercato locazioni vuote o campi militari, come a Efrat, dove c’era un insediamento militare abbandonato dalla Giordania. Sapevamo di dover tornare alla nostra terra, dopo la Shoah ci guardavano come un oggetto estraneo, così siamo tornati dove ci sentivamo a casa”. Completamente diverso è il paesaggio nell’insediamento di Tekoa, a sud di Gerusalemme, una comunità mista laica e religiosa a differenza di Beit El. “Sono nato da una famiglia benestante e colta di Livorno, sono l’ebreo errante, sono una specie di sopravvissuto dell’Olocausto, mio padre per fortuna non ci fece finire nei lager”, dice al Foglio Edoardo Recanati, rifugiato con la famiglia a Tunisi per sfuggire alle leggi razziali fasciste e che in Italia tornò a laurearsi in Legge a Pisa, dove si avvicina a Lotta continua. “Siamo scappati a Tunisi senza un soldo. Ho cominciato a girare il mondo, mi sono laureato a Pisa, sono stato in Etiopia. Quando sono tornato in Italia ero molto di sinistra. Sentivo l’ingiustizia di classe. Fino al 1967 sapevo di essere ebreo, ma era più una cosa razzista di sposare altri ebrei. Poi ci fu lo choc di un paesino come Israele che vinse su tutti gli arabi. I miei amici di partito un giorno mi chiamarono ‘compagno ebreo’ e così sbattei la porta in faccia al comunismo. In Italia stavo bene, avevo un panfilo, ma ero attratto da Israele. C’è chi aveva piantato alberi, io non avevo fatto nulla”. Fu così che Edoardo arrivò a Tekoa, citata nella Bibbia per essere terra di pascolo del profeta pastore Amos. “Un amico mi fece vedere a pochi chilometri da Gerusalemme quattro cubicoli con un po’ di gente dentro, raffreddata, avevano fondato un insediamento nella regione di Amos, che qui aveva la sua vigna. Anche il profeta Daniele è sepolto in questa zona. Capii che volevo vivere e morire qui. All’inizio non prendevano single, solo famiglie. Tekoa è nata per far vedere che chiunque ebreo può viverci, laico e religioso, io sono contro tutto quello che è settario”. Appena si è sposato, Edoardo è andato a Tekoa. “Era il 1983, c’erano quaranta famiglie, oggi sono quattrocento. Soprattutto roulotte con un gabinetto e una cucinetta, una scatola di metallo, nessuno chiudeva le porte, era come vivere al parco. Siamo cresciuti tantissimo, lo standard di vita era così elevato che ci sono stati quelli che hanno detto basta, ‘non entra più nessuno’. Io mi sono battuto contro di loro, ho detto, ‘ma come fate a proibire a un ebreo di vivere in Giudea?’”. Anche Edoardo, come Annalia, parla del paesaggio vuoto che li accolse. “Quando siamo venuti qui non c’era nessuno, se la sono passata di mano i turchi, gli inglesi, i giordani. I rapporti con i palestinesi sono sempre stati favolosi, l’arabo è sempre ospitale”. Tekoa ha pagato un prezzo altissimo di vite umane sotto il terrorismo. “Sì, ma il terrorismo ha colpito ovunque, a New York, a Fiumicino, Tekoa non è unica. Anch’io non ho scelta, sono sempre armato, prego di non averne bisogno e se ne avessi bisogno di essere capace di usarla. All’inizio facevo anche la guardia di notte, non c’erano soldati a difenderci, ci allenavamo a fare il tiro al bersaglio. Ma la parte più importante della famiglia è la donna, se ha paura lei se ne va da qui. Il merito è delle donne, con i loro bambini, sono state molto coraggiose a vivere qui. Due ragazzini avevano marinato la scuola, sono scesi in un canyon meraviglioso, a pochi metri da casa mia. Sono stati torturati e poi uccisi”. Recanati non teme di essere cacciato. “Ho semmai il timore che mi accada qualcosa in Israele. Gli arabi non vogliono Tekoa, se gli diamo la nostra città non ci sarà la pace. Ci hanno attaccato perché siamo qui, tra di loro, nel 1948 cinque eserciti arabi provarono a sterminarci. Non avevano bisogno di Tekoa per farlo. Così fu nel 1967, quando ancora non esisteva Tekoa. Volevano Tel Aviv. Anche nel 1973 Tekoa non esisteva. Per questo ho rispetto per Hamas, loro dicono chiaramente che non abbiamo diritto di esistere, devono fare una piccola ‘soluzione finale’. Per cosa? Per Tekoa? No, è che non vogliono averci sempre davanti”. Ci interrompe un rumore frenetico. “Stiamo costruendo strade ed edifici. La vita continua come sempre. C’è una lista di attesa lunghissima per venire a Tekoa. Non lo dica a Obama, ma stiamo costruendo molte case”.



permalink | inviato da Giuseppe D. il 5/8/2009 alle 18:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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