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Amici di Israele
politica estera
27 luglio 2009
Il nuovo consenso nazionale israeliano
di Barry Rubin - (Da: Jerusalem Post, 20.07.09)

Israele è entrato in una nuova epoca nella quale vecchie categorie del pensiero politico come destra e sinistra, falchi e colombe risultano irrilevanti rispetto a un governo di unità nazionale che vede insieme i due maggiori partiti di governo. Da dove è emerso questo nuovo paradigma?
Tra il 1948 e il 1992 l’opinione maggioritaria era basata sulla consapevolezza che l’Olp e la maggior parte degli stati arabi volevano la distruzione di Israele: quando – e se – verrà il giorno in cui saranno disposti a negoziare, si vedrà cosa accadrà.
Poi vennero gli accordi di Oslo e con essi un grandissimo spostamento. La visione della maggioranza di governo divenne quella secondo cui – forse – palestinesi e stati arabi avevano compreso il costo della loro intransigenza abbastanza da rendere la pace possibile. La sinistra pensò che un accordo potesse portare la pace, la destra pensò che fosse solo un trucco per arrivare a un altro conflitto in condizioni meno favorevoli per Israele. Ma entrambe si aspettavano che un accordo si sarebbe effettivamente concretizzato.
L’anno 2000, il fallimento di Camp David, il rifiuto siriano e palestinese di generose offerte di compromesso e lo scoppio della seconda intifada fecero a pezzi queste illusioni. Da allora Israele è andato cercando un nuovo paradigma. Il primo ministro Ariel Sharon propose l’approccio unilaterale; il primo ministro Ehud Olmert e il ministro degli esteri Tzipi Livni offrirono alla controparte sempre di più in cambio di niente, e più lo facevano, più Israele veniva maltrattato a livello internazionale.
Ora è finalmente emerso un nuovo approccio capace di ribaltare questa situazione. Suona così: Israele vuole la pace ma non esita ad dire esplicitamente non solo ciò che vuole e di cui ha bisogno, ma anche ciò che è obiettivamente necessario per creare una situazione migliore e stabile. Per garantire che violenza e instabilità cessino veramente è necessario:
– Il riconoscimento di Israele come stato ebraico. Senza questo passo, le conseguenze di qualunque accordo “di pace” non sarebbero altre che ulteriori decenni di sforzi da parte araba per distruggere Israele sotto tutti i punti di vista ad eccezione – momentaneamente – del suo nome.
– Assoluta chiarezza che un accordo di pace significa porre fine al conflitto e a tutte le rivendicazioni verso Israele. In caso contrario, la dirigenza palestinese e gran parte del mondo arabo continueranno a considerare qualunque accordo “di pace” come un’autorizzazione a passare ad una fase ulteriore della battaglia, usando lo stato di Palestina come base per rinnovate rivendicazioni e aggressioni.
– Robuste disposizioni sulla sicurezza, assicurate da serie garanzie internazionali. Poche illusioni: tali garanzie verranno sicuramente messe alla prova da attacchi oltre frontiera dallo stato di Palestina verso Israele.
– Uno stato palestinese non militarizzato (dizione più esatta di “smilitarizzato), con le ampie forze di sicurezza di cui già dispone, sufficienti per la sicurezza interna e per la legittima difesa ma non per aggredire.
– Profughi palestinesi re-insediati nello stato di Palestina. La pretesa di un “diritto al ritorno” non è altro che la razionalizzazione della strada per cancellare Israele dalla carta geografica attraverso l’eversione dall’interno e la guerra civile.
Se Israele otterrà ciò che richiede – che è ciò che è necessario per avere un processo di pace coronato da successo – allora accetterà la soluzione “a due stati”: uno stato palestinese arabo musulmano (questa la definizione usata dalla stessa Autorità Palestinese) a fianco di uno stato ebraico, in pace fra loro.
Parte del nuovo approccio consiste nel capire che gli esatti confini e lo status di Gerusalemme est, benché importanti, sono tuttavia aspetti secondari rispetto a questi nodi fondamentali: se questi punti troveranno soluzione, il resto potrà venire di seguito.
Questa nuova posizione non consiste nel ribadire il disperato desiderio di pace di Israele, quanto piuttosto quello di dire: noi facciamo sul serio, siamo disponibili, non siamo babbei da imbrogliare ma non siamo nemmeno irragionevoli. Vogliamo la pace in termini realistici, e non solo sulla base di ulteriori concessioni unilaterali e rischi sempre più alti senza nessuna ricompensa. Non vogliamo azzardi sulla nostra sopravvivenza solo per accondiscendere altri, non una qualche illusoria celebrazione della soluzione “a due stati” che dura una settimana per poi vederla generare un altro secolo di violenze.
È davvero un’idea così brillante quella di affrettarsi a concedere uno stato senza serie condizioni a un regime palestinese che non ha saputo governare in modo minimamente competente quello che ha già, che quotidianamente manda in onda messaggi di istigazione all’assassinio degli israeliani, che è profondamente corrotto, che ha già perso metà dei suoi possedimenti a vantaggio di un rivale il cui obiettivo è un nuovo genocidio e col quale tuttavia il più fervente desiderio resta quello di riunificarsi, un programma che consiste semplicemente nel cercare che il mondo prema su Israele sino al punto da costringerlo a cedere su tutto?
Il risultato migliore sarebbe se il nuovo approccio israeliano incontrasse cooperazione da parte palestinese. Se soffrono così tanto sotto l’addotta occupazione, se desiderano così disperatamente avere un loro stato, non c’è nulla in questa offerta che non possano accettare. Se invece preferiscono l’intransigenza, rivelando la ipocrisia delle loro pretese, va bene lo stesso: la verità verrebbe a galla. I palestinesi e gran parte del mondo arabo non possono fare la pace con Israele perché non vogliono la pace con Israele. E non la vogliono perché non vogliono che esista Israele. Punto e basta.
Gli ebrei al di fuori di Israele dovrebbero stringersi attorno a questo programma, mettendo da parte vecchi antagonismi su chi sia il più ardente sostenitore della pace e chi il più allarmato difensore della sicurezza. Lo stesso vale per gli altri paesi e per quei benintenzionati che vorrebbero vedere una situazione strategica più in conforme sia ai loro interessi che alle considerazione umanitarie.
Rispetto a questo nuovo consenso nazionale non esiste nozione più puerile e fuorviante di quella secondo cui il governo israeliano avrebbe avanzato un programma che contempla una soluzione “a due stati” solo per via delle richieste e delle pressioni americane. La verità è che questo è un piano organicamente emerso in Israele dalla situazione, dall’esperienza e da un ampio consenso nazionale.
Un’altra nozione respinta da questo piano è l’argomento per cui Israele o è tanto forte che può permettersi di cedere senza ricevere nulla, oppure è tanto debole che deve farlo per forza. Altrettanto sbagliata è la nozione che il tempo lavora contro Israele, una società forte e vibrante circondata da vicini deboli e disgregati. La situazione strategica è decisamente migliorata nel corso dei decenni. Israele è una società forte e sicura di sé, visibilmente in grado di affrontare le sfide dell’economia moderna e dell’ambiente tecnologico.
Infine, questa nuova politica combina in un pacchetto unico sia l’approccio conservatore – opportune diffidenze e richieste su sicurezza e reciprocità – sia l’approccio liberal – opportuna disponibilità al compromesso e desiderio di una vera pace –: entrambi gli elementi sono ora combinati nell’opinione della stragrande maggioranza degli israeliani.
Quello che è emerso è dunque un nuovo consenso, forte e destinato a durare.



permalink | inviato da Giuseppe D. il 27/7/2009 alle 10:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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